Mercato del lavoro, in Veneto PIL in flessione del 10%
15 Dic 2020

Mercato del lavoro, in Veneto PIL in flessione del 10%

Importante flessione del pil in Veneto a causa del mancato turismo e del minor export manifatturiero. ll saldo tra assunzioni e cessazioni nel mese di novembre 2020 è stato pari a circa -2.350 unità.

Pil Veneto flessione coronavirus

Dopo il crollo del Pil mondiale come effetto delle restrizioni poste in essere per ridurre la diffusione del coronavirus, l’attività economica è rimbalzata, soprattutto nei paesi industrializzati: le stime aggiornate ai primi di novembre del Fmi vedono per il 2020 una caduta del Pil mondiale attorno al -4,4% (in netto miglioramento rispetto alle precedenti proiezioni, -6% quella di ottobre) con un significativo recupero per il 2021 pari al +5,2%.

Relativamente al Veneto le indicazioni di Prometeia di ottobre fissano la dinamica del Pil in flessione del -10% (rispetto al -10,6% di luglio) con un dato nazionale del -9,6%, portato del significativo peso del settore turistico a livello regionale e della maggiore apertura internazionale del manifatturiero rispetto al complesso italiano. Novembre è in linea.

Le misure assunte dal Governo specificatamente in materia di lavoro, prime fra tutte il blocco dei licenziamenti per motivo oggettivo e la parallela estensione della cassa integrazione a buona parte della platea di lavoratori dipendenti (prorogati fino a marzo 2021), costringono ad una estrema cautela nel valutare gli andamenti del mercato del lavoro.

Nella nostra Regione l’effetto della pandemia nei primi undici mesi dell’anno ha comportato (per l’insieme degli organici aziendali individuati sulla base dei contratti a tempo determinato, indeterminato e part-time) una riduzione pari a -37.000 posizioni di lavoro dipendente rispetto a quanto accaduto nell’analogo periodo del 2019, caduta concentrata nei primi due trimestri e solo modestamente compensata nei mesi seguenti, l’ultimo dei quali si è concluso con un saldo negativo netto di -2.350 unità, comunque un bilancio migliore di oltre 300 unità rispetto a novembre dello scorso anno.

Il saldo annualizzato continua lentamente a migliorare, ma rimane a novembre negativo per -10.000 posizioni lavorative.

È un risultato frutto della forte contrazione delle assunzioni che si è poi ripercossa ovviamente anche sulle cessazioni, soprattutto dei contratti a tempo determinato venuti a mancare in maniera prevalente nei settori legati al turismo.

Nel periodo compreso tra gennaio e ottobre le giornate lavorate con contratti a termine si sono ridotte a 45 milioni e segnano un differenziale rispetto al 2019 prossimo ai 12 milioni di giornate e pari al -21%. Se trasformiamo queste giornate in lavoratori costantemente e impegnati tra gennaio e ottobre otteniamo un valore vaccino ai 39.000 occupati medi in meno rispetto ai 188.000 registrati nel periodo corrispondente del 2019 (-113%).

Rispetto al 2019 le assunzioni nel secondo trimestre dell’anno si erano ridotte del -47%, mentre nel terzo, pure in presenza a settembre di un “raffreddamento” della tendenza al riallineamento il gap era sceso a -8%: da ottobre pare in atto una riapertura della forbice e il differenziale di novembre con l’analogo periodo dell’anno precedente si fissa al -22%.

I segnali di rallentamento della domanda di lavoro dopo la ripresa estiva erano già emersi a settembre 2020 e trovano nuove conferme con l’aggravarsi della situazione pandemica.

É un trend che appare ora maggiormente delineato e che trova conferma nei dati nazionali, gettando ombre sulla tenuta delle previsioni ottimistiche soprattutto in vista di una stagione turistica invernale che appare sicuramente compromessa per l’adozione di misure restrittive condivise a livello europeo.

Spiragli di possibile ottimismo, già colti dalle borse mondiali, vengono invece dalle annunciate disponibilità di vaccini anti Covid fin dall’inizio del prossimo anno, unica soluzione in grado di togliere definitivamente dall’orizzonte il ripresentarsi di una grave e fase recessi.

Nella dinamica del mese di novembre le tre tipologie contrattuali maggiori hanno fatto registrare andamenti differenziati: i contratti a tempo indeterminato hanno segnato un saldo positivo di +2.000, un terzo in meno rispetto a quello dell’anno precedente (con una flessione delle assunzioni del -29%); l’apprendistato segna un saldo negativo di -480 posizioni mentre nel 2019 era positivo per +140 unità, con una flessione del -34% delle assunzioni; i contratti a termine fanno registrare un saldo negativo di -3.900 unità, migliore rispetto allee -5.800 del 2019, con una riduzione delle assunzioni del -19%.

Dando un occhio ai settori, l’analisi settoriale evidenzia come le perdite rispetto ai primi undici mesi del 2019 siano concentrate soprattutto nei servizi turistici 14.400 posizioni di lavoro, il 39% della perdita complessiva.

Perdite significative si registrano anche nel metalmeccanico (-5.000), nella logistica (- 3.300), nel commercio all’ingrosso (-2.200), in quello al dettaglio (-2.100) e nell’occhialeria (-1.400).

Nel mese di novembre 2020 per effetto degli andamenti stagionali chiudono in terreno negativo l’agricoltura (-1.700) e i servizi turistici (-3.200).

Il flusso delle dichiarazioni di disponibilità (did) nei primi undici mesi dell’anno è diminuito del -17%, un risultato cumulato esito di più cause. Nei primi undici mesi si è passati dalle quasi 133.000 did del 2019 alle circa 110.000 dell’anno in corso, con un progressivo processo di normalizzazione che con la fine della stagionalità ha vissuto un “arresto” dei flussi: a novembre le did sono state 11.200 rispetto alle quasi 16.000 del novembre 2019, con una flessione del 30%.

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